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Un viaggio nel tempo a ritroso di oltre 20 anni quello che ha fatto piazza Napoleone per la nona serata del Summer Festival. I Backstreet Boys hanno infatti riportato il pubblico a quando avevano cominciato: il 1993. Musica, passi e coreografie dal sapore vintage per l’esibizione della boyband che ha venduto più dischi in assoluto: 130 milioni.

Il tempo è comunque passato, e lo è anche per loro: Nick Carter, Howard Dwaine Dorough, Brian Thomas Littrell, Alexander James McLean e Kevin Scott Richardson sono invecchiati, ma fondamentalmente sono rimasti sempre gli stessi (se non si considera qualche chilo in più e qualche ruga). La verve è quella dell’inizio e pure l’energia. Energia trasmessa immediatamente alla platea, formata per il 98 per 100 da donne (confermato dalle alzate di mano quando i componenti del gruppo l’hanno chiesto), che ha iniziato a urlare dall’ingresso del quintetto.

La scenografia inesistente, sul palco del Summer Festival, se si fa accezione per una scalinata dove i cinque non hanno fatto altro che salire e scendere durante le loro coreografie, ha lasciato lo spazio per i balletti dei non più giovani boys. La parte più coreografica è stata creata dal pubblico, quando sono state lanciate migliaia di bolle di sapone che il gruppo ha apprezzato ringraziando.

Il tour della band, per presentare il nuovo album “In a World Like This Tour”, ha lasciato molto più spazio ai brani storici come “All I have to give” e “Show Me the Meaning of Being Lonely” tralasciando quelli nuovi: solo due in scaletta infatti “Breathe” e “Show ‘Em (What You’re Made Of)”.

Proferendo solo qualche parola in italiano (bellissimo, grazie, buonasera), i cinque boys intrattengono la platea parlando del tour, di persone che non ci sono più, del successo in questi 20 anni, dei fans, ma al pubblico sembra non interessare. Alcune giovanissime si lamentano del fatto che non capiscono l’inglese e si annoiano. Molte iniziano a urlare, cantando “sei bellissimo” e altre cose che i Backstreet Boys non capiscono: manca il dialogo e lo show stagna. Ma alla fine i cinque sul palco sembrano divertirsi vedendo la folla di donne dai 15 ai 40 anni cantare, urlare, danzare al ritmo dei loro balletti. Molte accennano le coreografie, e alcune le conoscono passo per passo. Il pubblico si diverte e lo manifesta alzando le mani, cantando a squarcia gola i brani e gridando a più non posso ogni volta che i cinque si assentano dal palco per il cambio (impercettibile) d’abito; sempre plateali quando risalgono, e le donne li acclamano.

La parte centrale, dedicata a una sezione acustica con tre chitarre, basso, cajon e testiera che si alternano, sembra essere meno apprezzata dal pubblico: i cinque da boyband ballerina si sono trasformati in un gruppo acustico; loro sembrano esserne fieri e si dilugano molto, le persone che sono venute a vedere il gruppo, non abituate a ciò, invece rimangono perplesse.

Poi lo show riprende. L’ultima parte dove i cinque ricordano ancora che il loro cd è uscito e in vendita si avvia verso la fine: un finale energico con in chiusura due dei cavalli di battaglia del gruppo: “Everybody” e “Larger than life”, e il pubblico esplode. La gente inizia a scavalcare le transenne, si accalca sotto palco, grida a più non posso. Luci, colori, e energia palpabile sulle note e le coreografie dell’ultimo brano in scaletta.

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