Tag

, , , , , , , , , , , , , , ,

ph Fiorenzo Sernacchioli

Leggi l’articolo sul La Gazzetta di Lucca oppure qui sul mio blog.

Appena sfiora con le mani il pianoforte Diana Krall si fa perdonare subito i venti minuti di ritardo. Le note sono quelle del romantico “We just couldn’t say goodbye”, brano di apertura del concerto di ieri sera, sabato 6 luglio, e del suo ultimo album “Glad Rag Doll”, su cui è incentrato il suo tour che ha fatto tappa a Lucca.

La bionda musicista canadese ha aperto così l’edizione 2013 del Summer Festival. Accompagnata da un quintetto molto particolare formato dal martellante Dennis Crouch al contrabbasso, sempre immobile dietro il pianoforte, il virtuoso Stuart Duncan al violino, Aram Bajakian alle chitarre e al banjo, Patrick Warren alle tastiere e fisarmonica, e un ammiccante Karriem Riggins alla batteria.

Diana Krall ha raccontato in un’intervista di aver riscoperto in alcuni cassetti dei vecchi dischi 78 giri di suo padre che le hanno ispirato l’album; così l’intero concerto è cosparso di riferimenti agli anni ’20 non solo prettamente musicali, ma anche scenografici, come ad esempio il grammofono presente sul palco.

L’artista però attinge da più generi come lo swing, il blues, il pop e il country. Tra una ballad (“Just like a butterfly that’s caught in the rain”), brani come “Wild river to cross” e omaggi ad artisti come Irving Berlin fino a Tom Waits (che la Krall interpreta arrochendo la voce) e Neil Young, la cantante riesce molto bene a bilanciare sonorità, stili e generi lasciando il pubblico assorto in un religioso ascolto.

Diana Krall presenta i brani, raccontando aneddoti, scherza con il pubblico parlando della bella Lucca e dei lucchesi; chiede alle persone in platea di scegliere un brano da eseguire. Si ritaglia una sezione del concerto (che è durato un’ora e mezzo) per una parte in piano solo. Si accompagna così eseguendo una languida “Cry me a river”, una dolce “S’Wonderful” fino a un brano di colui che lei dichiara essere il suo pianista preferito: Fats Waller.

Un’ottima interpretazione di pezzi spesso datati anni ’20, ma con sonorità moderne, anche se la scelta di strumenti come il banjo potrebbero allontanare l’idea; si nota una profonda ricerca delle dinamiche che rendono il tutto molto elegante e d’impatto. Un concerto molto vario, perché il repertorio spazia dai primi anni del ‘900 fino ad oggi, ma al contempo organico nelle sonorità, e sicuramente apprezzato dal folto pubblico di Piazza Napoleone che ha richiesto un bis a piene voci.

Annunci