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La mia intervista a Stefano Zenni pubblicata su Jazzitalia

Si è conclusa la VII edizione dei seminari di Chieti in Jazz. I corsi abruzzesi che formano ogni anno compositori, giornalisti e musicologi si sono tenuti quest’anno in due appuntamenti: 15-18 settembre e 6-9 ottobre. Ne abbiamo approfittato per intervistare il direttore artistico Stefano Zenni, e per parlare della crisi economica e dei tagli alla cultura.

 Come sono nati i seminari di Chieti in Jazz?
I seminari di Chieti in Jazz sono nati sette anni fa per iniziativa della Sidma (Società Italiana di Musiche Afroamericane), sulla base di una mia idea sviluppata insieme ai docenti Roberto Spadoni e Bruno Tommaso, del corso di arrangiamento e composizione, e Luca Bragalini che tiene, insieme a me, il corso di musicologia e giornalismo. E sono nati da due esigenze: la prima, meno interessante, ma reale di fare qualcosa nella città dove sono nato e dove non avevo mai fatto niente; la seconda, di dare vita a qualcosa di nuovo che non fosse già stato fatto altrove, e che si avvicinasse allo spirito didattico della vera natura del jazz: un corso di arrangiamento e composizione dove un’orchestra specifica suonasse i pezzi che un allievo compone. Questo era il valore aggiunto, l’idea di base da cui siamo partiti. E poi un corso di musicologia e giornalismo che desse opportunità di divulgare le idee a cui stiamo lavorando io e Luca Bragalini, e che formasse dei giovani giornalisti e musicologi interessati a queste materie. A tutto questo si è aggiunta la possibilità, che ha riscosso un successo inaspettato, di formare un’orchestra. Oltretutto proprio questa orchestra ha portato alla luce giovani talenti che, dopo le prime edizioni dei seminari, abbiamo aiutato a crescere musicalmente.

E in questo periodo di crisi quali sono le prospettive per questi giovani?
Per i musicologi e i giornalisti le prospettive si possono trovare in una molteplicità di lavori, primo fra tutti, ovviamente, il giornalismo, anche se la carta stampata è in forte crisi e i lavori sul web, come sappiamo, non sono retribuiti. Oppure nell’insegnamento, sia nelle scuole private di musica, sia nei conservatori: forse questo è uno dei pochi settori che continua ad avere una certa vitalità a livello professionale. E sono da prendere in considerazione anche conferenze e convegni, la direzione artistica di festival e i lavori radiofonici. Per i musicisti invece la situazione è piuttosto drammatica. Nel caso specifico di Chieti tutto quello che possiamo fare è dare una continuità all’orchestra, utilizzandola come è sempre successo storicamente per il jazz: una palestra professionale dove si impara a leggere la musica più diversa, a suonarla, e suonare con gli altri, a inserirsi solisticamente in un repertorio che magari non ti appartiene e, nel nostro caso, anche a imparare i pezzi nuovi in poco tempo; non dimentichiamo che a “Chieti in Jazz” il programma del concerto finale viene preparato dall’orchestra in soli tre giorni, e con risultati, quest’anno, decisamente buoni. Però se usciamo da questa piccola realtà la situazione non è semplice. Comunque se non pensiamo solo al concerto come sbocco lavorativo, anche per i musicisti i lavori possono essere tanti: insegnare, suonare musiche molto diverse, come classica, rock, pop, latin e soprattutto, cercare di avere una certa flessibilità stilistica che, in questo momento, i conservatori non sono in grado di offrire.

Perché qual è la didattica dei conservatori?
In un momento in cui c’è bisogno di una grande flessibilità stilistica, e anche di una grande necessità di esprimersi in maniera forte e individuale, i conservatori vanno esattamente nella direzione opposta. Avendo uniformato i programmi, per ragioni ministeriali di riconoscimento dei crediti e dei titoli al livello europeo, si stanno avviando verso un processo di uniformazione, sfavorendo in questo modo la maturazione di creatività personali, e tendendo a formare musicisti tutti con lo stesso background, e tutti con gli stessi obiettivi stilistici e didattici. Per cui alla fine si creano musicisti che più o meno suonano, non dico tutti nello stesso modo, ma tutti nello stesso ambito; questo non facilita affatto, né la fiducia in se stessi, né le opportunità di ricerca di un lavoro, e sicuramente non aiuta a sviluppare quello che serve nei momenti di crisi: avere delle idee forti.

Avere delle idee forti? Cioè cosa bisognerebbe fare?
Avere delle idee forti, sì e saperle mettere in rete collettivamente parlando, incontrandosi e discutendone. E, per fare questo, ci vogliono personalità forti che sappiano guardare oltre alla difficoltà contingente per costruire qualcosa di nuovo. Purtroppo non siamo in una situazione che favorisce le personalità che sanno guardare oltre.

Quindi sarebbe colpa dei conservatori?
No, parlo dei conservatori perché è la situazione che conosco meglio, ma questo riguarda chiunque: chi gestisce i club, le rassegne, i festival. Si dovrebbe fare il contrario di quello che viene fatto. Se siamo in difficoltà, invece di diventare tutti piccoli allineandosi nelle idee, e programmando gli stessi artisti per cercare di sopravvivere, bisognerebbe essere più individuali, più personali, più distinti perché poi è questo che crea e mette in circolo idee diverse, sensibilità diverse, reazioni del pubblico se vuoi anche di ostilità, di critiche, che fanno pensare, ragionare, riflettere, magari anche rifiutare; ma per fare questo ci vuole coraggio. Coraggio da parte delle istituzioni che sostengono i seminari, i festival, i club. E quando parlo di istituzioni non mi riferisco per forza a quelle pubbliche; possono essere le fondazioni, le associazioni, gli enti privati come, ad esempio, una scuola privata che investe i suoi soldi in certi progetti. Io credo che una possibile strada sia quella di rinforzare le diversità discutendo insieme cosa fare.

Purtroppo ultimamente il problema principale nella cultura è la carenza di fondi.
Il problema dei soldi è reale. Come operatori culturali possiamo far sentire la nostra voce, protestando nei luoghi pubblici, come internet o le piazze fisiche, che è sempre la cosa migliore. Ma possiamo anche dare vita a delle iniziative, come quella del Teatro Valle a Roma: quello che stanno facendo loro è importantissimo perché stanno offrendo un modello alternativo di proposta culturale, ed è così che si dovrebbero comportare anche le piccole istituzioni. Quelli del Teatro Valle non hanno soldi e non fanno spettacoli, però intanto propongono un modello diverso di organizzazione, e stanno anche facendo dei progetti per il futuro: per esempio stanno stilando, con l’aiuto di alcuni giuristi, un nuovo statuto per diventare un nuovo ente. I piccoli operatori culturali che hanno sempre meno soldi, forse, invece che chiudere dovrebbero fare poco, stringere i denti e resistere. Perché quando chiudi poi non riapri, oppure riapri con un’altra foggia, un’altra forma, un’altra finalità, e allora vuol dire che un ciclo si è chiuso e quelle finalità e quel modo di fare non funzionano più. Comunque la crisi può essere anche una buona opportunità per cambiare, per ripensare a se stessi e alla propria identità culturale.

E all’estero invece? La situazione è la stessa?
Non ho una particolare conoscenza di ciò che succede all’estero, ma da un punto di vista didattico, e di riflesso anche concertistico, c’è una forte tendenza all’uniformazione. Una volta era diverso; oggi che uno studente si iscriva al conservatorio di Parigi, a quello di Amsterdam o a quello di Berlino segue lo stesso curriculum. Poi può avere un insegnante più o meno bravo, e avere più o meno opportunità di suonare, però la formazione finale è la stessa. E comunque i problemi che ci sono in Italia si trovano anche all’estero: per esempio, a Berlino ci sono tantissimi club dove si suona musica di qualsiasi genere, ma non ti pagano. Attualmente alcune situazioni musicali riescono ad andare avanti solo perché sono viste in una chiave europea: ad esempio, la Cooperativa del Gallo Rojo funziona perché i musicisti che ne fanno parte hanno la possibilità di pensarsi europei senza localizzarsi in un posto preciso, cioè si spostano e vanno a suonare dove ci sono le opportunità lavorative, mantenendo una realtà che è stilistica, e non più geografica; e questo è uno dei modi per sfuggire probabilmente a questa tendenza all’appiattimento generale.

Visto che tu sei direttore artistico sia del Metastasio Jazz di Prato che di Chieti in Jazz, quali sono i reali problemi con i tagli che sono stati fatti alla cultura?
Fortunatamente per i seminari di “Chieti in Jazz” siamo sostenuti da una fondazione bancaria che è meno soggetta alle oscillazioni della politica, e quindi possiamo contare su una certa continuità di programmazione. Comunque anche a noi quest’anno hanno chiesto, come a chiunque altro, di effettuare dei tagli, per cui non siamo riusciti a fare delle cose che avevamo in programma.

E invece al Teatro Metastasio di Prato?
Al Teatro Metastasio succede esattamente il contrario. C’è una forte sofferenza che è legata a tanti aspetti, tra cui il cambio del consiglio di amministrazione e della direzione, che vuol dire, in un certo senso, ricominciare sempre da capo nei rapporti personali. In più il Metastasio è un teatro che per statuto deve produrre prosa con determinati criteri e soglie di attività, altrimenti non riceve i finanziamenti. Tenere dei concerti di musica jazz è solo un fiore all’occhiello che accontenta una gran parte di pubblico molto fedele. Da circa quindici anni programma jazz e quindi è una realtà che non può essere ignorata, però se il Metastasio riceve molti meno soldi per le sue attività istituzionali, è chiaro che le attività non istituzionali ne risentono. Adesso stiamo preparando il programma per il 2012 e vedremo cosa succederà con il budget che abbiamo proposto. C’è una grande incertezza dovuta a tutti questi fattori, però questo non vuol dire rinunciare a fare le cose; magari è l’occasione per chiamare un musicista a cui non avevi mai pensato perché fa qualcosa di diverso. Oppure fai le cose in produzione con un’altra realtà, come facciamo noi con il “Musicus Concentus” di Firenze, con cui lavoriamo da tempo. Insomma ti ingegni in modi creativi, magari affiancandoti a qualcuno: questa è una delle soluzioni chiave. In questo periodo di crisi devi riuscire a trovare la “famosa” idea che deve fare la differenza. A volte non è neanche complicata da realizzare, magari è talmente banale che all’inizio non ci avevi neanche pensato.

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